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Condizionamenti equilibrati (come preservare l'unità)
Per condizionamento spesso agiamo in misura inversa a quello che sarebbe il nostro bene.
Dovremmo quindi ritornare in una sorta di naturalità
che ci porti ad interpretare quello che ascoltiamo, vediamo, sentiamo, non
nella relazione stabile con altre eventualità o con la conoscenza che
si è già espressa nella condizione di apprendimento, ma nella
visione di quello che si può definire come equilibrio.
Ora, l'equilibrio non è formato dalla ricerca di fattori certi e di
obiettivi prestabiliti ad hoc affinché vi sia (o si raggiunga) lo stesso.
L'equilibrio è la concretizzazione di una stabilità che, privata dalle oscillazioni sia in grado di favorire un posizionamento ideale per la condizione dell'individuo visto nella sua unicità. Come saremmo difatti in grado di osservare una trasformazione nella manifestazione terrestre se noi cercassimo sempre di condizionare l'evoluzione ai nostri parametri di normalità?
Per questo, in un certo modo, anche le terapie naturali, quando vengano utilizzate
senza una testatura soggettiva, cadono nell'uso allopatico della visione sintomo-rimedio,
che non risolve ma semplicemente riporta quel disequilibrio che poi si manifesterà
in un nuovo spostamento affinché la natura possa evolvere secondo la
sua intenzione.
Quindi, l'ascolto liberato da ogni vincolo di conoscenza (parametri oggettivi)
ma nell'apertura propria del conoscere (parametri soggettivi), è l'unica
soluzione atta a dare un valido contributo nella cura e nella guarigione dell'individuo
in disequilibrio.
13 marzo 2003
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