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Dell'uso della parola : il significato di ogni termine passa attraverso la coscienza o la mente?

Le parole hanno da sempre creato una limitazione naturale all'esposizione dei concetti. Se io scrivo "nero", ravvivo nella mente di chi legge una molteplicità di pensieri, ricordi, emozioni ed energia. Questo non dipende totalmente da me, ovvero io posso stimolare una percezione nella costruzione di una frase che dovrebbe guidare il lettore, ma molto lo fa la sua sensibilità psichica e la sua percezione energetica. Nello scrivere "ordinario", il termine di una parola può avere valenze pittoriche, concettuali o semplicemente descrittive: "Gianni osservava il cielo cupo e tempestoso". Anche una frase apparentemente semplice nella sua costruzione e nella trasmissione di un concetto visivo come questo ha una molteplicità di effetti. Chi legge può vivere Gianni, il cielo o entrambi. Può osservare distante o vivere questa dimensione in maniera più o meno approfondita. Dipende dalla natura individuale, dalla fantasia, dalla volontà e dalle motivazioni. Il fine ultimo è poi quasi sempre raggiunto : trasmissione di un principio, un'idea, una lezione che viene estrapolata nell'esposizione totale. In altri scritti invece è importante leggere senza percezioni e processi logici e mentali perchè dovremmo fare maggiore fatica e perchè molto probabilmente intuiremmo la centesima parte di quello che ci viene offerto. Ma la parola rappresenta un grosso limite che può essere solo superata dal concetto, ma che se è il fulcro della discussione mentale diventa la questione fondamentale del ragionamento. Sembra un circolo vizioso ed in effetti lo è. Una strada senza uscita perchè la soluzione non risiede nella mente del lettore ma nella sua coscienza.

(ottobre 2002)


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